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"Fistiorbo ke fatica skrivere

 mi fa gia male tuti i diti"

© Umberto Eco, Baudolino, Milano, 2000

  

Si è appena chiuso l'evento clou della nostra televisione che siamo già in vista dell'evento clou della nostra democrazia, due occasioni così diverse, ma infondo così uguali, per dare agli italiani la possibilità di esprimersi liberamente su qualcosa. Ne sono protagonisti Nani, Elfi, Ballerine e ovviamente Cantanti,

che si esibiscono a beneficio del consueto pubblico trasversale, multicentrico, transclassista, insomma variegato. Però questa volta confuso e spaventato, con una gran voglia di nuovo e un occhio sempre rivolto alla tradizione e al passato.

Così se da un lato c'è chi ma come i festival che faceva Pippobaudo non se ne vedono più o chi senza Albano non è un festival, fino all'immancabile ma non ci sono i fiori sul palco!, dall'altro ci siamo lustrati gli occhi con una scenografia fantascientifica e le orecchie con canzoni fresche e nuove, più da clubbers che da Big della canzone italiana. Allo stesso modo assistiamo alla crescita di chi al grido di mandiamoli tutti a casa non può fare a meno di svelare che la casa la vuole sgombrare per occuparla lui, oppure alla disperata resistenza di chi trova nella conservazione dello status quo la sua ragione di essere. Tutto legittimo, per carità, se non fosse che senza neanche troppa timidezza riprendono piede e trovano terreno fertile idee e atteggiamenti che credevamo relegati al passato, che forse avevamo rimosso, o forse più o meno intenzionalmente dimenticato rubricandole a patrimonio di uno sparuto manipolo di innocui nostalgici e di qualche esuberante ragazzotto.

In fondo quando c'era Lui è qualcosa che abbiamo, noi italiani, nel DNA. Che si tratti di Pippo Baudo o Mussolini o Craxi o Berlinguer o Stalin o Berlusconi siamo geneticamente predisposti a guardarci nostalgicamente indietro, quasi fossimo privi (o ci avessero privato) della capacità di sognare e immaginare, collettivamente, un futuro. Che però desideriamo, e infatti ci troviamo a premiare canzonette che fino a qualche tempo fa non sarebbero arrivate neanche nello scantinato dell'Ariston, e che sono invece salite sul palco per mostrarsi quali sono: dolorose metafore del presente. Un gruppetto di trentenni con l'aria sfaccendata di chi tanto paga papà sogna in musica una vita senza nessuno che rompe i coglioni, mentre una ballerina oltremodo avanti con gli anni si dimena in una mise che neanche le Kessler di un tempo (però in taglia XS), sembra volerci ricordare che l'età della pensione si fa sempre più lontana e che per tirare a campare bisogna fare i sempre proverbiali salti mortali. Soprattutto quando non c'è (più) a sostenerci quel potente ammortizzatore sociale che è la famiglia.

Voglia di cambiare e paura; turbamento e ottimismo di maniera; voglia di ricominciare tutto da capo (e non importa da che capo) e sensazione che anche ricominciando non si vada da nessuna parte. Lo ha detto bene Claudio Baglioni, in tempi non sospetti, quando cantava la paura e la voglia di essere nudi. A dispetto dell'Auditel, le fila di chi a Sanremo preferisce un film o un libro si ingrossano, o quantomeno si manifestano con più vigore. Di sicuro cresce il numero di chi lascia il Festival in sottofondo facendo dell'altro e buttando un occhio ogni tanto al palco televisivo . A spanne un italiano su due non andrà a votare o voterà scheda bianca. O la annullerà. Butterà un occhio alla politica in sottofondo mentre farà dell'altro. Tipo tirare avanti. A insindacabile giudizio delle giurie di qualità e demoscopiche (una volta si diceva, più onestamente, popolari) alla fine vincerà sempre chi ha la canzonetta più orecchiabile.

 

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